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Energia Potenziale di Due Cariche

Dalla legge di Coulomb al lavoro e all’energia potenziale: piccoli spostamenti, semplificazioni e cancellazione dei termini intermedi.

Che cosa vogliamo dimostrare?

Partendo dalla legge di Coulomb e dalla definizione di lavoro, vogliamo ricavare il lavoro della forza elettrica nello spostamento di una carica q da A a B nel campo di una carica puntiforme fissa Q. Da questo risultato ricaveremo l’energia potenziale elettrica:

U(r) = k0 · Qqr

1. Perché dividiamo lo spostamento in piccoli tratti?

Nel campo della carica sorgente Q, la forza sulla carica q varia con la distanza. In direzione radiale, considerando positiva la direzione che si allontana da Q, la componente della forza è:

Fr = k0 · Qqr2

La formula conserva il segno algebrico di Q e q: se Qq è positivo, la forza è diretta verso l’esterno; se è negativo, verso Q. Non possiamo quindi calcolare il lavoro sull'intero percorso usando un unico valore della forza.

Dividiamo uno spostamento radiale da A a B in moltissimi tratti piccoli. In ciascuno la forza varia pochissimo e possiamo usare, con ottima approssimazione, la formula del lavoro di una forza costante:

ΔL ≈ Fr · Δr Il simbolo ≈ indica che il calcolo è approssimato per un tratto finito; diventa esatto nel limite di tratti infinitamente piccoli.

2. Calcoliamo il lavoro nel primo piccolo tratto

+Q r Δr₁ A (q) rA r₁ r₂ r₃ B rB

Il segmento rosso rappresenta soltanto il primo piccolo spostamento, da A (distanza rA) a r1. Gli altri punti indicano i tratti successivi.

Supponiamo che la carica si sposti verso l'esterno, perciò r1 > rA. Il primo piccolo spostamento è:

Δr1 = r1 − rA

Nel primo tratto la forza è quasi costante e possiamo calcolarla alla distanza iniziale rA. Il piccolo lavoro è allora:

ΔL1 ≈ k0QqrA2 · Δr1

Poiché lo spostamento è molto piccolo, r1 è quasi uguale a rA. Di conseguenza i due prodotti rA2 e rA · r1 sono molto vicini: possiamo quindi scrivere, ancora in modo approssimato:

rA2 ≈ rA · r1

Non è un artificio: lungo il tratto il modulo della forza varia tra il valore che ha in rA e quello che ha in r1, e il prodotto rA · r1 è compreso tra rA2 e r12. Stiamo quindi usando un valore intermedio della forza, legittimo quanto quello iniziale.

Sostituiamo questa approssimazione e Δr1 = r1 − rA nella formula del lavoro:

ΔL1 ≈ k0QqrA · r1 · (r1 − rA)

Moltiplichiamo il numeratore per il piccolo spostamento:

ΔL1 ≈ k0Qq · r1 − rArA · r1

Separiamo ora i due termini del numeratore, dividendo ciascuno per il denominatore comune:

ΔL1 ≈ k0Qq · [ r1rA · r1 − rArA · r1 ]

Semplificando r1 nella prima frazione e rA nella seconda otteniamo:

ΔL1 ≈ k0Qq · ( 1rA − 1r1 )

Se invece la carica si sposta verso l'interno, r1 < rA e Δr1 = r1 − rA è negativo: gli stessi passaggi valgono senza alcuna modifica e portano alla stessa formula.

Perché usiamo il simbolo ≈?

Per un tratto di lunghezza finita, la forza non è esattamente costante e rA2 non è esattamente uguale a rAr1. Se rendiamo tutti i tratti sempre più piccoli, entrambe le approssimazioni diventano sempre più precise. Nel limite di tratti infinitamente piccoli si ottiene il lavoro esatto.

3. Ripetiamo il procedimento e sommiamo i lavori

Ripetiamo gli stessi passaggi per ogni piccolo intervallo. Per esempio, dal punto r1 al punto r2:

ΔL2 ≈ k0Qq · ( 1r1 − 1r2 )

Dal punto r2 al punto r3:

ΔL3 ≈ k0Qq · ( 1r2 − 1r3 )

Il lavoro complessivo è la somma di tutti i piccoli lavori. Per una suddivisione molto fine:

LA → B ≈ k0Qq · [ ( 1rA − 1r1 ) + ( 1r1 − 1r2 ) + ( 1r2 − 1r3 ) + … + ( 1rn−1 − 1rB ) ]
Osserva la cancellazione

Il termine negativo con r1 del primo tratto si cancella con quello positivo del secondo. Allo stesso modo si cancellano i termini che contengono r2, r3 e tutte le distanze intermedie. Rimangono soltanto il termine iniziale e quello finale.

Dopo la cancellazione, il secondo membro non dipende più dal numero di tratti. Quando il numero dei tratti aumenta e la loro lunghezza tende a zero, l'errore dell'approssimazione tende a zero mentre il risultato resta lo stesso: è quindi il valore esatto del lavoro. Otteniamo:

LA → B = k0Qq · ( 1rA − 1rB ) Il risultato vale per Q e q di qualsiasi segno e per spostamenti radiali verso l'esterno o verso l'interno, usando sempre le distanze rA e rB.

Abbiamo così ricavato la formula del lavoro a partire dalla legge di Coulomb. Il risultato non cambia per un percorso non radiale: la forza elettrica è radiale e in ogni piccolo tratto conta solo la proiezione dello spostamento lungo il raggio. Gli spostamenti perpendicolari al raggio non producono lavoro. Perciò anche in questo caso il risultato dipende soltanto dalle distanze iniziale e finale, non dalla traiettoria percorsa.

4. Scegliamo l'infinito come riferimento

Quando abbiamo studiato l'energia potenziale gravitazionale vicino alla superficie terrestre, abbiamo scelto un piano di riferimento, per esempio quello su cui appoggia un corpo, e gli abbiamo attribuito energia potenziale nulla. Misurando da quel piano l'altezza h, scriviamo Ug = mgh: se h = 0, anche Ug = 0.

Per l'energia potenziale elettrica di interazione tra due cariche puntiformi Q e q, scegliamo invece come riferimento una configurazione in cui le cariche sono infinitamente lontane. Il motivo è che, aumentando la loro distanza, la forza elettrica diventa sempre più debole e l'interazione tende a scomparire. È quindi naturale porre per convenzione:

U(∞) = 0
Perché due riferimenti diversi?

Lo zero dell'energia potenziale può essere scelto liberamente: ciò che conta nei fenomeni fisici è la sua variazione. Vicino alla Terra è pratico usare il piano su cui appoggia il corpo, anche se lì la forza peso non è nulla. Per due cariche puntiformi isolate è invece comodo scegliere la distanza infinita, dove la loro interazione tende a zero.

La differenza non è fondamentale: anche per l'attrazione gravitazionale tra due masse, quando si considera la legge di gravitazione universale anziché l'approssimazione Ug = mgh, si sceglie spesso l'energia potenziale nulla all'infinito.

Se il punto finale B viene portato all'infinito, rB diventa arbitrariamente grande e 1rB tende a zero. Di conseguenza, il lavoro compiuto dal campo nello spostamento da A all'infinito è:

LA → ∞ = k0Qq · 1rA

Definiamo energia potenziale elettrica del sistema nella configurazione A, rispetto all'infinito, proprio il lavoro che la forza elettrica compie portando q da A all'infinito. Quindi:

U(r) = k0 · Qqr Q e q mantengono il loro segno algebrico. Se Qq > 0, U è positiva; se Qq < 0, U è negativa.

Con questa definizione, la formula del lavoro ricavata nella sezione 3 si riscrive come differenza tra l'energia potenziale iniziale e quella finale:

LA → B = U(rA) − U(rB) = −ΔU È la relazione tra lavoro della forza elettrica e variazione di energia potenziale usata nella lezione.

Idea finale

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